La trasformazione digitale dopo la pandemia

Paolo Campegiani, Bit4id
Esperto di Blockchain e Identità Digitale

La digital transformation e le sue implicazioni di sicurezza

Con il termine digital transformation si intende generalmente un processo di adeguamento del modello organizzativo e di erogazione dei servizi di una organizzazione che nasce dalla necessità di rimanere competitivi nell’epoca di Internet, in cui beni e servizi sono scambiati sia nel mondo fisico che in quello virtuale. La digital transformation può avere sia caratteristiche semplicemente evolutive, quando si focalizza sulla riduzione dei costi di un processo che passa dalla dimensione paper based ad una dimensione più immateriale, sia essere rivoluzionaria, quando integrata da alcuni elementi tecnologici (es. Big data, AI). In questo secondo caso la trasformazione digitale diventa il contesto in cui nascono nuovi processi di business, sostenuta da una economia dei dati (in cui non necessariamente tutte le parti – chi fornisce il servizio e chi lo usa – hanno lo stesso peso e analoghi diritti). Tali nuovi processi consentono alle aziende e alle organizzazioni che accettano e vincono la sfida di poter conquistare nuovi mercati, offrendo servizi e prodotti più adatti (o perlomeno percepiti come tali, perché ad esempio personalizzati) da nuovi clienti.

In termini di esempio, la possibilità di inviare un documento contrattuale (come, ad esempio, la sottoscrizione di una polizza) ad una controparte (un’assicurazione) via e-mail, dopo magari un processo di stampa, firma e scansione del documento, è un processo certamente più efficiente che non il dover organizzare un appuntamento, spostarsi fisicamente e firmare il documento in un luogo preposto (un’agenzia assicurativa). Ma è anche un processo che oggi, nei fatti, definisce un livello di servizio che molti clienti e consumatori si aspettano e chi lo fornisce non si differenzia dalla concorrenza. È evidente che in uno schema siffatto, se il consumatore e cliente è contento di non avere l’incombenza di dover firmare in presenza, rimarrà meno contento visto che, nei fatti, una parte del lavoro di ufficio (stampa del documento) è stata spostata su di lui. Tutto il processo sarà molto probabilmente il risultato di affinamenti successivi, con telefonate alla ricerca dell’indirizzo e-mail a cui inviare i documenti, conversazioni via questo o quel social, generalmente con un approccio trial and error che difficilmente genera soddisfazione e tantomeno volontà da parte del consumatore di ripeterlo in futuro.

Già questo livello di digital transformation, che potremmo definire “obbligata”, non è comunque facilmente ottenibile da tutte le organizzazioni. Si pensi alle estreme difficoltà che si sono incontrate con il passaggio alla fatturazione elettronica, in cui i risparmi di gestione del documento cartaceo non sono stati apprezzati fin dall’inizio, tutt’altro, data la difficoltà delle organizzazioni ad adeguare i loro processi e sistemi informativi (“Fattura elettronica, avvio a ostacoli: 6 su 10 incontrano problemi”, Il Sole 24 Ore del 23 Gennaio 2019). Anche in questo frangente si è riscontrata una difficoltà di percezione del valore aggiunto in termini di risparmio di gestione del documento cartaceo, spesso dovuta alla difficoltà delle organizzazioni nell’adeguare i propri processi e sistemi informativi.

La digital transformation durante la pandemia tra necessità e virtù

Se quindi il panorama non è positivo e non favorisce la trasformazione digitale, cosa è successo con la pandemia? Durante il periodo del lockdown, sia la PA che la quasi totalità delle aziende operanti nel settore terziario, si sono trovate a dover riorganizzare le loro attività. Non tutte sono riuscite a garantire lo stesso livello di efficienza, né tantomeno a cogliere i vantaggi di un ambiente qualitativamente diverso, che nasce da un contesto di lavoro remoto. Nelle Figure 1 e 2, è riportato il numero di utenti e di firme digitali che sono stati riscontrati nell’utilizzo del componente open source eSignature, sviluppato e rilasciato dalla Commissione Europea. Si vede come, con l’inizio del lockdown, il numero di utenti attivi e di firme digitali sia cresciuto in pochi mesi di un fattore 5.

Figura 1
Figura 2

È interessante quindi vedere e confrontare l’andamento nel mercato italiano, cosa possibile grazie alle statistiche di utilizzo di un prodotto ampiamente diffuso, Firma4NG, i cui destinatari principali sono singoli cittadini, professionisti ed imprese. Firma4NG è un’applicazione professionale di firma digitale, compatibile con i sistemi operativi Windows, Linux e Mac OS X. Permette la firma a pieno valore legale e la verifica di qualsiasi tipo di documento elettronico. In Figura 3 sono riportati gli utenti attivi, su base settimanale, con base fissata a 100 per il 1° febbraio 2020.

Figura 3

Post hoc, ergo propter hoc, tuttavia ci sentiamo di fare alcune considerazioni che aiutano a leggere l’andamento di questo grafico, contestualizzate dal fatto che Firma4NG ha la maggior parte degli utenti residenti in Italia, il paese occidentale colpito per primo dalla pandemia. Leggendo il grafico, nel periodo che va dal 1° febbraio 2020 all’ 8 Marzo 2020, quando in Italia non c’erano misure di restrizione della circolazione delle persone per contrastare l’epidemia, si vede come il numero di utenti sia sostanzialmente piuttosto stabile. Tutto cambia nella settimana dall’8 di Marzo, perché il 9 viene varato un lockdown che impone, tra l’altro, alle attività lavorative non essenziali di proseguire solo in modalità remota. Come si vede dal grafico, questo corrisponde ad un brusco calo del numero di utenti attivi, cosa spiegabile considerando che molti di essi avevano i loro dispositivi di firma in ufficio (e gli uffici non erano tutti necessariamente accessibili), oppure avevano altre priorità. Inoltre, il rinvio di alcune scadenze (che possono richiedere una firma digitale da apporre sui documenti amministrativi da sottomettere alla PA) ha sicuramente anch’esso contribuito a questa riduzione.

Poi, il sistema dell’impresa italiana ha cercato un suo nuovo equilibrio, adattandosi alle nuove norme sulla circolazione personale, e questo si vede anche nel numero di utenti attivi, che non solo ha raggiunto gli stessi livelli pre-pandemia, ma li ha anzi superati nel mese di giugno. Ovvero, molti utenti hanno recuperato e smaltito le pratiche che erano rimaste in sospeso e hanno preferito farlo ricorrendo a sistemi di firma digitale. Questa tendenza è rimasta in crescita costante nei mesi di giugno e luglio, ed ha avuto un calo solo ad agosto, quando ovviamente molte imprese e studi professionali, i clienti tipici di Firma4NG, hanno sfruttato la possibilità di andare in ferie. Poi, da settembre e fino a tutto ottobre, il sistema è stato utilizzato anche in misura maggiore che non nel periodo del primo lockdown, e in quei mesi non c’erano misure di confinamento attive su tutto il territorio nazionale. La crescita rispetto al periodo pre-pandemia è stata pari al 50-60%. Questo vuol dire che gli utenti, una volta che si sono abituati a svolgere le loro operazioni con sistemi di firma digitale, hanno preferito continuare in questo modo e anzi hanno firmato in misura maggiore, perché si erano abituati a questo processo. The new normal.

Considerazioni analoghe si ricavano dal grafico della Figura 4, sul numero di operazioni di firma effettuate su Firma4NG, su base mensile. Le oscillazioni sono analoghe e spiegabili a quanto detto in precedenza per gli utenti attivi, ma è qui di valore considerare la media mobile, che mostra una crescita costante delle operazioni effettuate.

Figura 4

Infine, nella Figura 5 è riportato il numero di nuovi utenti del sistema, ovvero il numero di persone che si è recato in un negozio fisico (principalmente Buffetti) e ha richiesto un dispositivo di firma. Anche qui si vede un andamento qualitativamente simile (un leggero calo a febbraio, sia per il numero minore di giorni del mese sia perché venivano varate alcune restrizioni a livello locale; un brusco calo a marzo, corrispondente alla chiusura rigida sperimentata nel mese; una crescita costante che ha portato ad un numero di attivazioni su base mensile pari al doppio o triplo di quanto già sperimentato, che si è arrestata solo temporaneamente nel mese di agosto). Quindi, gli utenti, una volta che hanno scoperto (tramite magari il passaparola) che potevano fare una serie di operazioni in sicurezza e in autonomia da casa, hanno iniziato a farlo, e questo ha creato un effetto a catena per cui molti hanno comprato un dispositivo di firma digitale.

Figura 5

Indicazioni per il futuro (che è già presente)

Dovendo dare una interpretazione complessiva di questi dati, possiamo dire che quello che molti hanno sperimentato durante il lockdown è stato come la digital transformation non fosse più semplicemente un nice to have, ma fosse piuttosto diventata una necessità vitale per imprese ed organizzazioni di ogni tipo e dimensione. Questa necessità vitale è stata soddisfatta ricorrendo, anche da un punto di vista legale, ad una serie di deroghe. È stato ad esempio consentito il lavoro remoto a tutti i dipendenti, che si sono trovati nella necessità di dover utilizzare il proprio computer personale, la propria connessione Internet e in generale operare in un contesto operativo estremamente diverso da quello originario. Non può lasciare indifferenti il fatto che i dati della PA, spesso estremamente delicati, siano stati processati su dispositivi di cui nessuno ha certificato la sicurezza.

Dobbiamo allora gettare il bambino con l’acqua sporca? È evidente a tutti che il lavoro remoto, opportunamente organizzato, può rappresentare un importante miglioramento sia della vita dei lavoratori (che dovranno perdere meno tempo nel traffico cittadino o sui mezzi pubblici), sia delle città (meno congestionate, più distribuite), sia delle aziende che potranno costruire modelli di lavoro più orientati alla produzione di qualità, proprio per raggiungere quel modello di personalizzazione estrema dell’offerta ai clienti che è un fattore competitivo di grande pregio.

Questo scenario richiede quindi di fare in poco tempo un cambiamento che sarebbe avvenuto, quantomeno e seppure, in tempi molto più lunghi. Questa digital transformation, per così dire d’imperio e di necessità, va gestita ed organizzata a livello di sistema paese, avendo chiare alcune direttrici lungo cui si deve incanalare, a cominciare dal fatto che deve essere orientata all’aumento di produttività (un tema sempre assente, e infatti un risultato sempre mancato, dal sistema produttivo italiano negli ultimi venti anni circa), dal rispetto dei diritti dei lavoratori e dalla definizione di un contesto sicuro, in cui queste grandi praterie digitali che si andranno a creare non diventino un far west in cui predoni potranno violare sistemi informatici sempre più distribuiti, eterogenei e complessi.

Questo processo va accompagnato e guidato, sostenendo anche finanziariamente le imprese che dovranno necessariamente abbracciarlo, anche tramite misure economiche di sostegno, sotto forma di sgravi di imposta (se non veri e propri voucher) che vadano ad intervenire sulle dotazioni infrastrutturali e sul capitale umano delle nuove imprese e dei nuovi lavoratori che vogliamo aiutare in questo passaggio. Perché questo processo sia efficace, cioè aiuti a cogliere l’aspetto di innovazione profondo e non sia solo un adeguamento di controvoglia al new normal, occorre che esso sia ben focalizzato, sostenendo gli elementi e le componenti che rendono la trasformazione digitale sicura, e non semplicemente possibile. Su alcuni di questi temi, l’Italia è sempre storicamente stata all’avanguardia, grazie a leggi (la c.d. legge Bassanini) varate sul finire degli anni ‘90.

Si è creato nel tempo un ecosistema di aziende innovative che oggi sanno trattare e gestire processi e documenti informatici garantendo alti livelli di integrità e riservatezza. La digital transformation che vogliamo realizzare deve certamente coprire i bisogni basici di chi lavora da casa, dotandolo di un computer e di una connessione, ma deve anche far sì che le informazioni gestite siano protette e che i processi aziendali critici siano qualificati. Questo tema va inquadrato non semplicemente nel contesto di spendere dei soldi (italiani o europei, poco conta) ma in quello di considerare la digital transformation dell’industria e pubblica amministrazione italiana come un aspetto di natura geopolitica, quindi afferente alla sicurezza e prosperità del Paese per i prossimi decenni.

Lo shock rappresentato dalla violenta deflagrazione del COVID-19 in Italia prima e nel resto del mondo occidentale poi ha reso evidente come alcune catene di fornitura non possano essere più considerate globali. Nazioni che storicamente avevano ad esempio una industria elettromedicale nazionale hanno potuto meglio gestire sia l’emergenza sia ricorrere ad una assai efficace diplomazia degli aiuti (A. Aresu, Geopolitica dei respiratori, Limes 3/2020, “Il mondo virato”). Occorre quindi impostare i processi di acquisizione e sviluppo delle competenze nel settore della digital transformation seguendo un principio nazionale, evitando che le risorse vadano a finanziare solo l’acquisto di prodotti e servizi provenienti dall’estero, peggiorando quindi peraltro la bilancia commerciale e lasciando in piedi le stesse fragilità sistemiche. Se in Italia non c’è più spazio e tempo per una industria informatica di base, per cui necessariamente computer e dispositivi mobili vanno acquistati all’estero, occorre anche dirsi che questi oggetti sono inutili se sopra non hanno una intelligenza fatta di prodotti e servizi pensati per far sì che il new normal sia anche un easy normal e un secure normal. Non si devono ripetere gli errori dei primi piani per l’informatizzazione della PA in cui il parametro da soddisfare era il numero di computer messi sulle scrivanie, e anzi si deve rafforzare l’attenzione sul grande patrimonio rappresentato dai dati industriali e posseduti dalla PA, la cui gestione sicura e la cui economia è la sfida del futuro per il Paese.

La trasformazione digitale o è sicura o non è trasformazione digitale. Sta a noi cogliere oggi l’opportunità che abbiamo di dare uno stimolo forte all’economia italiana migliorando processi aziendali ed organizzativi per vincere la sfida della competizione internazionale.

(Le opinioni espresse nel presente articolo sono proprie dell’autore. L’autore ringrazia Bit4id per i suggerimenti e i dati forniti, e segnatamente i colleghi Antonio Ciccarelli e Giorgio Orlando per le statistiche d’uso di Firma4NG. Una versione più ridotta di questo articolo è presente su tt4r.it, il sito del Think Thank per il Recovery che raccoglie una serie di spunti e di riflessioni su vari temi).

blog.bit4id.com – Firma Digitale Facile

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